“Chi fa teatro è una persona coraggiosa e io mi sento così”, Anna Mazzamauro si racconta

anna_mazzamauroAnna Mazzamauro, attrice teatrale e cinematografica, “Premio Charlot” alla carriera 2013, si confessa ai lettori di Kaleidoscopia.

Quando ha capito che avrebbe potuto fare l’attrice?
Ma io non l’ho capito, io ero attrice. Lo sono sempre stata, e se vogliamo, ce l’ho nel DNA. Mi spiego meglio, io sono una “donna inutile”, non nel senso complessivo del termine, voglio solo dire che fuori dal palcoscenico mi manca qualcosa. Avrei bisogno di una sorta di pedana scenica semovente, che mi accompagni in ogni aspetto del quotidiano. A tal riguardo, osservo gli altri affannarsi, nell’esercizio e nello studio, nella politica come nell’arte, mentre io agisco con naturalezza nel mio lavoro e mi meraviglio ogni giorno. Ecco, in questo sono “un’attrice”.

Ricorda il suo primo provino?
Non ho fatto veri e propri provini, ma le racconto un episodio significativo del mio inizio carriera. Avevo il mito di Strehler, così, decisa e armata di pazienza sono andata a Milano, sperando di poterlo incontrare, magari per un’audizione. Ho chiamato diverse volte ma mi dicevano sempre che il maestro era indisposto, o uscito, o altrimenti impegnato. Allora, ho affittato una sedia dal custode del Piccolo e testardamente mi sono seduta al centro del cortiletto, facendo d’orario d’ufficio, dalle 9:00 alle 13:00, pausa pranzo, e dalle 15:00 alle 18:00, pensando che prima o poi, avrei incrociato il grande Strehler. Passavano i giorni, in quella Milano grigia e romantica, che amavo molto, pioveva, nevicava, ed io sempre lì, ore e ore al giorno, seduta nel cortiletto del teatro, in attesa del mio mito. Io sono rigida con me stessa ed ero decisa anche a mettere radici, a qualsiasi costo. Un giorno mi vide un uomo, il quale mi chiese cosa facessi lì, se per caso stessi aspettando qualcuno. Io gli dissi: “Ma senta, non mi rompa le scatole!” e lui: “Ma no, mi dica chi sta aspettando …”, ed io, sempre più seccata: “Ma lei che vuole, non deve andare a lavorare? Beh, vada a lavorare allora … e poi lei chi è?” “Io sono Paolo Grassi.”

In che cosa il successo – ad esempio dopo il primo “Fantozzi” – l’ha cambiata?
Non capisco bene questa domanda, perché non ho mai subito il fascino del successo nel cinema che ho fatto. Comunque, io sin da piccola, quando facevo le recite scolastiche, avevo una certa proiezione mentale artistica; ricordo ad esempio che quando scrivevo le locandine, già pensavo a un nome più sintetico e diretto, e tutto per “arrivare” maggiormente al pubblico. Mi allenavo per la dizione e nell’improvvisazione drammatica, questo per crescere, per migliorarmi, e certo non pensando a un qualche successo. A proposito della mia crescita di attrice devo ammettere che dopo il liceo il non aver fatto l’accademia d’arte drammatica, mi ha fatto bene, è stato per me un favore del destino. Altrimenti c’era il rischio, vista la mia presenza scenica non certo da vamp, di diventare, come la tradizione italiana vuole, una “caratterista”. Io non sono e non mi sono mai considerata una “caratterista”, io nasco “prima donna”. Ma tornando alla sua domanda, io nutro il mio successo personale, lo sento, lo avverto ogni sera, prima di addormentarmi e sono soddisfatta di quel che ho fatto.

Ha diviso la sua carriera fra cinema e teatro, interpretando testi come il “Diario di un pazzo” di Gogol, “La voce umana” di Cocteau e anche una commedia umoristica di Maurizio Costanzo. Qual è la differenza di approccio recitativo tra cinema e teatro?
A parte la casuale fortuna della “Silvani”, con il cinema ho sempre avuto un approccio ben diverso da quello con il teatro. Io non rinnego il cinema che ho fatto e sono contenta del seguito che abbia avuto, ma lo ripeto, io sono un “animale da palcoscenico”. Il teatro è un arte più pura e ha soprattutto, un rapporto diverso con il pubblico, diretto, che amo molto. Devo essere rapita dal palcoscenico, ed io devo impadronirmene … Ecco, questo nel cinema non è possibile. Detto questo, se posso dirlo, provo una sana invidia, per quell’attore o attrice che inquadrato in primo piano, riesca con la coda dell’occhio sinistro a far capire in quale ristorante abbia cenato … Io non sono così, io devo dare tutta me stessa al mio pubblico, non solo un particolare, e il teatro questo lo offre appieno.

Lei appare come una donna energica e senza preconcetti. Si definirebbe artisticamente e umanamente “anarchica”?
Definire l’anarchia è molto difficile, e in quanto all’etimologia politica, può attirare facilmente ire altrui. L’anarchia secondo me è un atto di estrema libertà e non le do assolutamente nessuna accezione politica. Si è anarchici quando si raggiunge una maturità tale da accettare gli altri. Scherzando un poco, io non sempre ci riesco e per quanto mi riguarda, sono anarchica solo nella ricerca libertaria di me stessa.

Lei ha interpretato una pièce teatrale dal titolo “Le prostitute ci precederanno nel regno dei cieli”. Da “anarchica”, lo crede davvero?
Era un bellissimo spettacolo scritto da un prete spagnolo, Don Martin Descalzo. Parlava di una prostituta che assiste alla morte di un ministro nella casa di tolleranza dove lei lavorava. Così, costretta a rifugiarsi nella cantina, vede come sfogo intimo e mistico quello di parlare rivolgendosi alla statua del Cristo alla colonna; di cui si innamora, facendone un confidente segreto, addirittura donandogli come obolo parte del ricavato del suo lavoro. E’ un testo ripeto, davvero bello, che andrebbe riproposto. Ma per tornare alla sua domanda: io credo nelle prostitute, ma non credo nel regno dei cieli! Quindi non credo che mi precederà proprio nessuno. Ovvero, per me, il dolore della morte è il dolore della vita che finisce.

Un suo augurio al cinema italiano?
Il mio augurio al cinema italiano è quello del ritorno al cinema del dopoguerra, quel cinema che non c’è più, quando Rossellini, la Magnani, De Sica e subito dopo Mastroianni e tanti altri, davano al cinema quel senso poetico e realistico nel quale ci si ritrovava “emozionalmente coinvolti”.

E a lei cosa augura?
Di fare molto teatro, perché nei tempi che corrono chi fa teatro è una persona coraggiosa, ed io sono molto coraggiosa e spero di essere molto vittoriosa.

Ignazio Gori

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