Flavio Tranquillo sul basket: “Commentare è una responsabilità, gioiosa ma responsabilità”

F.-Tranquillo-4Flavio Tranquillo, giornalista e telecronista di culto per tutti gli appassionati di basket in Italia, ha pubblicato i saggi per Baldini & Castoldi “Altro tiro, altro giro, altro regalo” e “Basketball R-evolution”, entrambi best seller.

Dopo le prime telecronache di Dan Peterson – ambassador NBA anni ‘80 – con la nascita di TELE+, insieme a Federico Buffa avete creato un nuovo modo di commentare lo sport, arricchendolo, facendolo diventare una esperienza audiovisiva più completa, a metà fra il commento della partita, il clinic tecnico e lo storytelling. Come è arrivato a questo?

Tranquillo. “Per quel che mi riguarda, assolutamente per caso. Sono certo che in quello che è stato fatto ci sono elementi di cose viste e sentite in quegli anni, probabilmente anche di cose che non mi/ci piacevano e abbiamo provato a rovesciare. Di certo però non è un qualcosa nato a tavolino…”.

Dunque cosa significa per te commentare, raccontare, vivere il basket?

Tranquillo. “Commentare è una responsabilità, gioiosa ma responsabilità. Raccontare è un impegno, certo non gravoso ma da prendere sul serio. Vivere è altra cosa, piacere puro. Davanti al Gioco siamo tutti uguali, ma quando si è giornalisti si prende un impegno verso gli altri che bisogna cercare di rispettare al massimo, sempre ricordando che siamo fatti di limiti.”

Francesco Piccolo (Premio Strega 2014) ha detto che sei un mito per tutti quelli che hanno imparato ad amare il basket, in Italia, negli ultimi venticinque anni. Ti rispecchi in questa roboante definizione?

Tranquillo. “Per l’Amor di Dio. Francesco è un caro amico, ma sa benissimo che l’unico mito qui è il basket in sé stesso. Io sono un operaio della parola, felice di essere al servizio di una cosa così bella come il basket.”

Cos’è che più ami di questo “gioco”? Perchè bisognerebbe amarlo?

Tranquillo. “Rimanderei alla risposta che a questa domanda mi ha dato Steve Kerr il giorno prima di Gara 5 di finale. E’ un Gioco che esalta l’individuo ma solo in una dimensione comune come quella della squadra. Una squadra che funziona bene è un esempio per una società, una Nazione.”

Nel suo ultimo libro “Basketball (R)Evolution” (Baldini & Castoldi 2016, Euro 16,00), hai voluto raccontare l’evoluzione del basket americano (e non) calando in campo un quintetto ideale di personaggi simbolo: Bob Douglas, Kenny Sailors, Jack Molinas, Earl Strom e Pete Newell. Ma cosa secondo te è rimasto dello spirito originale del “Gioco” inventato nel 1891 a Springfield da James Naismith?

Tranquillo. “Qualcosa deve essere rimasto, per forza. Fortunatamente non riusciamo a descriverlo, altrimenti rischieremmo di adulterarlo. Dobbiamo limitarci a percepirlo, ed è la magia del Gioco.”

Ipotizzando due eventuali mini guide per neofiti, ci sai indicare tre libri fondamentali e tre film fondamentali sul basket? Ovvero quelle opere che consiglieresti per avvicinarsi e amare il “Gioco”?

Tranquillo. “Libri: The Breaks of the Game (David Halberstam) My Losing Season (Pat Conroy) The triple post offense (Tex Winter). Film: Hoosiers – Colpo vincente (David Anspaugh), He got game (Spike Lee), Once brothers (Michael Tolajian)”.

Nel retro del suo ultimo libro, nella breve scheda biografica, leggo: “…sogna un mondo senza violenze e un’Italia senza mafie.” Riguardo la pallacanestro, cosa sogna per renderla migliore, perfetta?

Tranquillo. “Perfetta già lo è, o meglio lo sarebbe. Siamo noi che maneggiandola rischiamo di procurarle qualche danno. Auspico attenzione e rispetto quando ci avviciniamo, e magari l’eliminazione della parola “narrativa”, nel senso che le viene dato negli USA. La narrativa è la semplificazione di un qualcosa meravigliosamente complesso, che non significa difficile. Banalizzare il basket è un delitto.”

Ignazio Gori

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