“Galleria del vento” di Luigi Cannillo

cannillo_galleriaLeggendo di getto il nuovo libro di Luigi Cannillo, “Galleria del vento” (La Vita Felice, prefazione di Sebastiano Aglieco, pp.72, Euro 12) ho provato una sensazione di spaesamento, perché si tratta di un libro d’assenza, dove si avverte, nella riconciliazione con la Natura, un eros materno e urgente, una “carne strappata all’abbraccio”, per usare le parole dell’autore.

Le quattro sezioni che compongono lo snello volume sono tutte permeate dalla sottile e inquietante presenza/assenza di un ospite misterioso, che viene a volte invocato come amante, (“E’ tornato anche stanotte/l’ospite premuroso/caldo di sangue e pianto”), altre come un intruso, oscuro e indagatore di un ode riflessiva. Questo fa si che Cannillo diventi attore e spettatore della propria poesia.

La prima delle quattro sezioni sembra un unico poemetto frammentario intitolato L’ordine della madre, formato da testi che sembrano raccontare minuziosamente, come il germe di un romanzo in fieri, una sorta di rimembranza funebre, un lutto che deve essere ancora somatizzato. Solo apparentemente i versi sembrerebbero sentimentali, in realtà Cannillo scaglia pietre a se stesso: “Vedi, tutto si riduce ad attesa/il superfluo brucerà nella memoria.” Nonostante i versi ariosi e descrittivi, è la vuotezza a predominare violentemente, lasciando un vuoto spasmodico persino nel lettore. Sono parole responsabili e ponderate, una a una, come gemme di un rosario sgranato in un prato. Il poeta corre e si ferma, con il respiro grosso, appena si accorge di essersi spinto troppo il là, oltre il proprio cuore: “Ma quel respiro già si avvita in tempesta”, ammonimento che smorza una luce incipiente. Quella di Cannillo, riassunta nel libro, è una esperienza senz’altro dolorosa e velatamente distaccata, un passaggio necessario della sua esistenza, anche se il dolore non viene esperito attraverso violente urla, bensì con un abbraccio intimo e naturalistico, che sa, appunto, di riconciliazione, non solo con il proprio ricordo, ma anche con il proprio presente, di maturità poetica. Per quanto si sforzi, poesia dopo poesia, Cannillo non riesce a dare forma a quell’ombra di morte percepita o suscitata, ma sta proprio in questo la valenza del testo, nella dolce ambiguità di una auto dichiarazione, di una preghiera autosufficiente.

Nella seconda sezione denominata 12 Segni, è lo zodiaco a fare da traghettatore alle pene consolatorie del poeta, ma sempre con una estrema ragione permeante, che induce il lettore a non dividere il poeta dallo scienziato illuminato. In questa sezione forte è il richiamo religioso o parareligioso: “Ma siamo giudicati/da mano sconosciuta, più dell’innocenza/ pesa la ferita ricevuta/ il carico ostile dell’assente.” Dodici segni dunque, tutti uniti contro questo Oscuro Assente, contro questo “rischio mortale”. Sono rari però in Cannillo i riferimenti a Dio, il dio del poeta è incomprensibilmente consolatore, ma forse il poeta è troppo “poeta” per accorgersene, troppo innamorato di una malinconia astrale per dimenticare il richiamo terreno. Una presenza/assenza divina, che si scosta dal descrivente per avvicinarsi all’ombra di una paura strisciante. Pur immerso nel dolore, Cannillo non rinuncia a contemplare la gloria lucente di un Altrove, un Altrove amoroso, maggiormente esplicitato nella terza sezione Il rovescio del corpo, pur permeata di una “mistica impalpabilità” che conduce il lettore a una deriva: “Sono io a scovare nelle ombre/ il rosa dei tuoi frutti e l’ocra delle mani/tu rifiorisci allo sguardo; e il sangue/ritorna porpora alla lingua.” Eppure il corpo di cui parla Cannillo è quasi un luogo aereo, dell’anima, non carnale, come si potrebbe banalmente pensare, un corpo da educare alla comprensione della natura imperscrutabile, e al tempo che logora ogni cosa: “Perché il tempo che flagella/impone una rinascita.” Resiste un “necessario resistere”, un timido emozionarsi all’epos di una memoria che non tende mai a sfaldarsi completamente.

Il corpo spaesato e indagatore di Cannillo, si fa, per citare Ingeborg Bachmann, “luogo eventuale” in una Berlino presa come cavia da autopsia, nella sezione che chiude il volumetto, Berliner. Un luogo di osservazione melanconica, tra zingari e turisti svagati, ma non di rinuncia a un esserci pieno di orgoglio per un dolore così esclusivo. Cannillo si dimostra un santo, sul sentiero di un folgorante e luminoso esilio che sminuisce ogni debacle sentimentale, vissuta appieno o di straforo.

Ignazio Gori

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