“Il lanciatore scomparso e altre storie di baseball”. Un viaggio tra sogni e diamanti

Il lanciatore scomparso e altre storie di baseball“Per chi del Vecchio Gioco non conosce l’abbandono”. Con questa splendida dedica Beppe Carelli (Pescara 1958), ex campione del Rimini (sei scudetti sei!), apre il libro Il lanciatore scomparso e altre storie di baseball (RusconiLibri, 231 pp, 15 Euro), un nostalgico viaggio intorno al mondo del baseball, del Vecchio Gioco, “old game” come lo chiamano in America, il gioco più vecchio, storicamente più sentito, più radicato nei sogni dei bambini e nei ricordi degli anziani, lo sport che più ha sconfinato, a cavallo di tre secoli, in una miriade di leggende metropolitane.
Non nascondo, da appassionatissimo cultore, che un libro del genere lo avrei tanto voluto scrivere io, e con questa esplicita manifestazione di apprezzamento, vorrei deporre tutto il mio entusiastico favore nel “guantone” del buon Carelli, il quale, raccogliendo alcuni racconti, già pubblicati nel corso degli anni in un blog molto seguito, ha voluto omaggiare il suo amore per il baseball, un amore spasmodico, capillare, febbrile, contagioso … perché come ben scrive il simpatico Fabio De Luigi – attore comico scuola “Gialappa’s” ed ex praticante – nell’introduzione al volume: “il baseball non è uno sport. È una malattia, contagiosa come la varicella, che te la prendi, ti riempie di puntini rossi e anche se guarisci, lascia cicatrici indelebili”. Per chi non è mai entrato nel mitico Fenway Park di Boston (“Si dice che un giorno il mondo spezzerà i cuori degli uomini. Ma a Boston sono fortunati, perché il loro cuore è trafitto tutti i giorni al Fenway Park” – ed io ho provato questo “doloroso piacere”); per chi non colleziona maniacalmente le mitiche figurine Allen & Ginter; per chi non si è mai emozionato nel vedere il film “Field of dreams” sul leggendario Shoeless Joe Jackson … sarà difficile capire e percepire la “febbre” che promana dai racconti di Carelli; ma ciò non vuol dire che questo manuale di aneddoti, ponti emozionali e sogni intrecciati con la storia, non sia anche un appassionato invito ai neofiti, a chi di baseball conosce poco o niente, a chi ha sentito parlare di Joe Di Maggio solo per essere stato uno degli amanti della divina Marilyn Monroe e non una star dei New York Yankees.
Nove racconti dunque, come i componenti dello schieramento difensivo di una squadra, e nove inoltre come gli inning di una partita, ad accompagnare il lettore in un’avventura che si beve tutta d’un fiato come due dita di Jack Daniel’s. Il racconto che dà il titolo alla silloge è opera di fantasia, quasi una prova dell’autore di cimentarsi con un noir incentrato sul baseball e con atmosfere in bianco e nero alla Robert Wise. I seguenti racconti trattano di due autentici eroi leggendari di questo sport, ma opposti, il già citato Joe Jackson (Black Betsy), rude e analfabeta, e Ty Cobb (Debutto in Major League), sensibile e acculturato. Maledizioni e fantasmi invece descrive le più grandi “jatture” che hanno afflitto alcune celebri squadre delle Major League, la più famosa delle quali è quella del Bambino, di Babe Ruth, il quale dopo essere stato ceduto nel 1920 dai Boston Red Sox agli odiati Yankees, maledì la sua squadra dicendo che non avrebbe mai più vinto il campionato, maledizione che è durata ben 86 anni (sic!), quando i Red Sox vinsero le agognate World Series nel 2004. Ma c’è anche di peggio, quella dei Chicago Cubs infatti, scagliata da un tifoso, tale Billy Goat, che si era visto rifiutare l’ingresso allo stadio della sua capretta portafortuna, è durata ben 106 anni (doppio sic!), dal 1908 al 2016. Il baseball è dunque anche superstizione popolare, hotel maledetti o fantasmi veri e propri, come quello che avrebbe incontrato Tarry Savalas, il famoso attore interprete del Kojak televisivo, il quale, a prove accertate, avrebbe incontrato e conversato con un tizio morto da tre anni che gli avrebbe preannunciato in tempo reale la morte di Harry Agannis, prima base dei Boston Red Sox dal 1954 al 1955. Con “Travelling Blues” si evoca, in chiave storico-narrativa, l’ingresso di Jakie Robinson nei Brooklyn Dodgers nel 1947, fatto epocale per tutto lo sport professionistico americano, visto che si tratta del primo afroamericano a spezzare la barriera razziale fino allora in vigore; questo avvenne grazie al coraggio e al profondo spirito cristiano di Branch Rickey, patron dei Dodgers e vero mito americano che ha ispirato nel 2013 il film “42” diretto da Brian Helgeland, con Chadwik Boseman nei panni di Robinson e uno splendido Harrison Ford nei panni di Rickey.
Carelli ovviamente non risparmia un doveroso excursus autobiografico e descrive l’emozione provata nel rappresentare la nazionale italiana alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984, esordio assoluto del baseball come sport olimpico. A proposito di Italia, in “Sparizioni” si parla, con profonda nostalgia, del nostro campionato negli anni settanta e ottanta, quando c’era più seguito, più passione, tanto da far incidere a Rita Pavone la hit “Il ragazzo del baseball”, versione italiana di “Take me out to the ball game”, diventato negli anni una sorta di inno del Vecchio Gioco negli stadi americani (su youtube si può ascoltare una versione del 1908!); un periodo, racconta Carelli, magico, che ha visto l’ascesa e appunto la sparizione di grandi campioni e di meteore, tra cui Ezio Manni, campione con la nazionale agli europei under 18 del 1972, scudetto col Nettuno nel 1973, poi attore per Pier Paolo Pasolini nel controverso e sconvolgente “Salò e le 120 giornate di Sodoma” e poi sparito nel nulla. Ma tutto il libro, se possibile, è pieno di teneri fantasmi da evocare, da abbracciare, come quelli che dovrebbero essere considerati “eroi minori” di questo sport, ma che non lo sono: Harry Stevens, inventore dell’Hot dog, o di Horace Wilson, pioniere del baseball in Giappone, insieme a Cuba altra patria dei diamanti, dove sono nati i primi componimenti poetici dedicati al baseball, come gli haiku di Masaoka Shiki (1867-1902), atto d’amore sublime, ponte tra il passato e il futuro:

L’erba giovane
bambini si radunano
per battere una palla

Ecco, il baseball, oltre a essere come scrive De Luigi una “malattia” indelebile, nonché un “elogio dell’individualità in un gioco di squadra” giocato da “ironici santi” è a mio avviso una poesia religiosa e perpetua, un rito nostalgico e perfetto, e Carelli, grande battitore nel passato, con questo Il lanciatore scomparso e altre storie di baseball ha probabilmente scoccato il suo più distante Home Run.

(Ignazio Gori)

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