Il Nobel a Bob Dylan? Ce ne parla Andrea Monda

bob-dylan2In occasione del recente Premio Nobel per la Letteratura assegnato a Bob Dylan, Kaleidoscopia.it ha incontrato Andrea Monda, saggista, giornalista, conduttore televisivo e radiofonico, esperto di J.R.R. Tolkien, presidente dell’associazione culturale *Bombacarta* e ideatore del “Bob Dylan Day” e del “Bruce Springsteen Day”.

Riguardo la recente assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan – prima volta a un cantautore – il problema non riguardava il merito, quanto il principio di legittimità letteraria dei testi. Tu cosa ne pensi?

Monda. Che l’accademia riconosca il genio di Dylan mi fa piacere, anche perchè la poesia è essenzialmente musica, ritmo, danza.. quindi mi sembra un ritorno alla fonte originaria ma, per dirla con le parole di Giuliano Ferrara direi che non è che Dylan non merita il Nobel, ma è il Nobel che non merita Dylan. Al di là della battuta è vero che i premi letterari, Nobel incluso, sono sempre approssimativi, incongruenti, “falsi”. Inoltre in questo caso il rischio è che sia un premio “riduttivo”, cioè che riduca Dylan ai suoi testi, spesso bellissimi, ma che non sono svincolabili dalla musica.

“Ha creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana”. Sei d’accordo con la motivazione addotta?

Monda. Sono d’accordo. Una novità continua in Dylan, artista sempre in movimento, sempre alla ricerca, sempre curioso, che ha esplorato moltissimi campi e generi artistici, ma una novità che è sempre fedeltà. E’ sempre diverso Dylan (quando gli hanno dedicato un film, I’m not there, hanno dovuto prendere sette attori per interpretarlo nella sua continua evoluzione) ma è sempre se stesso. E’ il suo segreto, forse è il segreto dell’arte. Ha ragione Paolo Vites, in questo continuo rinnovamento Dylan ha riportato l’arte e la poesia per le strade, lì da dove nascono.. bringing it all back home.

Molti poeti/scrittori (uno su tutti Alessandro Baricco) hanno espresso i loro dubbi riguardo questa assegnazione. Secondo te è la stessa cosa considerare Dylan un poeta come Warhol un pittore ?

Monda. Se si fossero lamentati Phillip Roth o Cormac McCarthy non mi sarei meravigliato, ma loro non l’hanno fatto dimostrando che non sono soltanto dei magnifici scrittori. L’allargamento che l’Accademia svedese ha effettuato con questa nomina, che in effetti può spiazzare “a caldo”, riporta però in termini più veri la questione: come si fa a tagliar fuori dalla poesia quella forma artistica che è la canzone e la musica? Dylan non è un poeta ma un cantautore, ma è difficile negare che ci sia poesia in quello che fa.. a questo punto ridefiniamo di nuovo i termini: cosa è poesia e cosa non lo è?

Cos’è che ti affascina di più dell’universo Dylan e cosa ci sai dire sull’attualità delle sue liriche?

Monda. Mi affascina la sua non-attualità. Anche le canzoni più antiche sono belle ancora oggi. C’è un suono che ogni tanto raggiunge che mi tocca, dentro, dritto al cuore.. e questo avviene non solo nei pezzi “classici” ma direi soprattutto in quelli di “seconda o terza categoria”. Mi affascina il discorso “incompiuto” dell’arte di Dylan. Prendi “One too many mornings” o “Shelter from the storm”, per fare due esempi.. mi affascina come queste due canzoni (ma il discorso vale per tutte in fondo) siano nate e si siano evolute in questi decenni di continuo grazie al lavoro incessante di re-interpretazione che Dylan sviluppa soprattutto dal vivo. E’ uno che si sporca le mani, che non cessa di mettere le mani su suoi pezzi lavorandoli di continuo, portandoli al massimo della loro espressività.

Nonostante le “svolte” della sua carriera e della sua vita che hanno lasciato interdetti i suoi fan, le provocazioni, le contraddizioni della sua sfuggente personalità, perché Bob Dylan dovrebbe considerarsi un artista sincero e integro?

Monda. La sua curiosità, il suo essere “ebreo errante” che come un nomade gira ed esplora un po’ tutto è qualcosa che spiazza e disorienta, ad alcuni irrita. Ma a me tutto questo affascina, come affascina al contrario proprio la “verità” di Dylan: quanta verità c’è nelle sue canzoni? Non sto parlando di coerenza, ma di verità. Sincerità, nudità, dignità, e anche umiltà. Questa è una delle cose che mi affascina di più: quanti dischi di “cover” ha fatto Dylan, infiniti. Quante volte esegue delle cover in concerto? Quasi sempre.. Lui non è un “autore” come pensiamo noi in Italia, ma è uno che fa parte di una storia, di una tradizione e ce la re-interpreta a modo suo offrendoci tranquillamente anche le tracce per comprendere da dove proviene tutto questo, anche per riconoscere meriti e debiti.. mi piace questo, mi sembra umiltà, non è poco, soprattutto da uno che viene celebrato da decenni come un guru, un maestro.. ecco, lui continuamente ci indica i suoi maestri, da Woody Guthrie in su.

Cosa pensi del primo volume della sua autobiografia “Chronicles vol. 1”? Secondo te perché Dylan a volte gioca a fare l’Anti-Dylan?

Monda. I and I è il titolo di una sua canzone: Dylan accetta il fatto di essere doppio, trino, multiplo. Magari questo è fonte di conflitti, di dolore, ma è anche motivo di fecondità artistica. La sua autobiografia è splendida, quando l’ho letto mi sono detto: non lo avrei mai immaginato, ma (anche) come scrittore Dylan è una bomba. Questo essere sfuggente e demolitore del suo stesso mito non è un vezzo, una strategia studiata a tavolino, è la sua vera condizione di uomo del suo tempo (e di ogni tempo). E’ bello avere un mondo così ricco dentro e, soprattutto, la capacità di offrirlo agli altri, di farne arte, non è così?

Ignazio Gori

Lascia un commento