La “Lucia” più amata. Intervista a Paola Pitagora

Paola-PitagoraCome ti sei avvicinata al cinema? Era il tuo sogno o è avvenuto per caso?
Pitagora. Volevo essere attrice, per curiosità, per uscire dalla timidezza. Non sognavo grandi cose, m’innamoravo dei volti degli attori e delle attrici.

Tutti ricordano il tuo ruolo in “I pugni in tasca”, l’esordio folgorante di Marco Bellocchio. Ma oltre a questo, quali sono gli altri ruoli che più ti rendono orgogliosa della tua carriera d’attrice?
Pitagora. Sinceramente se c’è qualcosa di cui essere orgogliosa, è la dignità, anche spericolata, con la quale ho portato avanti questa professione. Con la squallida vulgata di questi ultimi tempi sul sofà del produttore, riconosco nella ragazza che ero, una determinatezza a non giocare a dadi con la mia dignità e l’amor proprio. Perdevo il ruolo? Pazienza, correvo subito via anche se c’erano difficoltà a pagare l’affitto. Molte altre attrici hanno avuto lo stesso comportamento e sono andate avanti con il talento. E un pizzico di fortuna.

Hai avuto un grande successo popolare nel ruolo di Lucia nella serie televisiva de “I promessi sposi” di Sandro Bolchi nel 1967. A distanza di anni, cosa fu secondo te a decretare quel successo?
Pitagora. Penso la qualità del lavoro. L’originalità di una Lucia vera e non angelicata, la splendida recitazione dei più grandi attori dell’epoca, diretti da Sandro Bolchi.

Nel libro autobiografico “Fiato d’artista. Dieci anni a Piazza del Popolo” edito da Sellerio, descrivi la Roma artistica degli anni ‘60. Cosa più ti manca di quella Roma e cosa non ti piace di quella attuale, la Roma di Virginia Raggi?
Pitagora. Il declino di Roma ha inizio negli anni ‘90, con un breve sussulto nel 2000. Non ho votato questa Sindaca, ma auspico comunque che muova qualcosa. Il non-risultato è palese, ma la corruzione protratta non è stata uno scherzo. Se la sono mangiata questa bella città, che nonostante tutto continua a incantarmi. Negli anni ’60 c’era una Italia che voleva la rimonta del dopoguerra, e la mia generazione può dirsi fortunata. Io ho avuto due fortune: il lavoro che non mi mancava, e la convivenza con gli artisti che portavano avanti la loro creatività fra immense difficoltà – non c’era un mercato, e le istituzioni li ignoravano – insegnando a una come me, la tenacia, la passione, ma anche la follia.

Nel 1982 hai posato per la copertina di Playboy. Ricordando la recente scomparsa di Hugh Hefner, cosa ti spinse a quella scelta?
Pitagora. Posai per quel servizio per vanità. Ero fiera del mio corpo, mi ero liberata dei tabù. Rivedendolo, è un servizio senza ammiccamenti o feticci. Un nudo al mare, come a volte capita. Non rinnego nulla.

Dopo una carriera cinquantennale, e tanti successi, cinematografici, televisivi e teatrali, chi è ora Paola Pitagora?
Pitagora. Oggi, alla mia età, vivo e non da ieri, una dimensione felice. Questa età, libera da passioni amorose, mi insegna quello che scriveva Hokusai, pittore e buddista: “Forse a 110 anni avrò colto il senso della pittura, quando un punto o una linea saranno dotati di vita propria.” Traduco questa illuminazione con: pensare, studiare, scrivere, stare bene da soli, e con gli altri avere scambi cordiali e proficui (finché c’è il dono della salute, ovviamente).

Cosa ti piace e cosa non ti piace dell’attuale cinema italiano?
Pitagora. Ho amato “Jeeg Robot”, mi piace Sorrentino, onestamente vado poco al cinema, mi informo prima per andare a colpo sicuro. Vado più volentieri a teatro.

(Ignazio Gori)

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