Storico Napolitano bis: più tempo per i partiti infranti
Rodotà: simbolo di libertà. Ora governo di scopo

napolitano-bisL’EDITORIALE DI DIEGO CIMARA. Ha detto sì. Dopo una mattinata di trattative e appelli dei partiti che gli hanno chiesto la  disponibilità a essere rieletto, ecco il Giorgio Napolitano bis che serve per rimanere aggrappati  alla sella di un cavallo imbizzarrito che scalcia da tutte le parti e che, presto o tardi, li costringerà a terra, rovinosamente. Se questa soluzione  dovesse trovare conferma, è verosimile che si spalancherebbero le porte per la formazione di un governo del Presidente, magari  guidato da Amato, con viceministri esponenti del Pd e del Pdl. Vogliono guadagnare tempo per ricomporre dei partiti dissolti, polverizzati, ormai tenuti insieme solo dalla sete di potere  finalizzata al mantenimento dello status quo, a vantaggio di pochi, e a scapito della collettività.  Decisivo l’incontro con i presidenti delle Regioni che gli hanno rivolto un accorato appello in nome della coesione nazionale. Napolitano sancisce definitivamente la fine della nostra democrazia così come l’abbiamo conosciuta dal dopoguerra fino ad oggi.

In Italia si instaurerebbe una monarchia di fatto. Davanti a noi si apre uno scenario devastante. «Nella consapevolezza delle ragioni che mi sono state rappresentate, e nel rispetto delle personalità finora sottopostesi al voto per l’elezione del nuovo Capo dello Stato, ritengo di dover offrire la disponibilità che mi è stata richiesta. Naturalmente, nei colloqui di questa mattina, non si è discusso di argomenti estranei al tema dell’elezione del Presidente della Repubblica. Mi muove in questo momento il sentimento di non potermi sottrarre a un’assunzione di responsabilità verso la nazione, confidando che vi corrisponda una analoga collettiva assunzione di responsabilità» ha detto in una nota.

Rodotà è da oggi sinonimo di libertà. Tutti gli uomini e le donne che intendono difendere la nostra civiltà non possono non stringersi intorno al giurista proposto dai grillini. Nel caos le categorie di destra e sinistra faticano a distinguersi. Il prossimo voto per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica assume i contorni drammatici tipici delle politiche del 1948, elezioni che videro prevalere la democratica e atlantica Democrazia Cristiana rispetto al blocco filosovietico riunitosi sotto le insegne del Fronte Popolare. Mi appello al senso di responsabilità di tanti giovani onorevoli del Pd che non intendono rendersi complici di un progetto reazionario di queste proporzioni. Fate sentire ora la vostra voce, dichiarate a viso aperto, da veri uomini e senza timore, che la sofferenza infernale che attanaglia e paralizza il paese è anche e soprattutto il risultato delle scelte politiche di Giorgio Napolitano.

Parlate ora o tacete per sempre. Non basterà il rispetto formale della procedura per rendere sostanzialmente democratico il ritorno di Napolitano. Anche i regimi autoritari del passato si imposero sulla scia di un formale rispetto delle procedure democratiche. L’Italia sta correndo un rischio mortale. E’ indispensabile che adesso, subito, l’intero corpo elettorale, messo nel mirino dall’insieme delle forze elitarie ed oligarchiche (politiche ed informative) che perseguono obiettivi schiavisti, avvii una mobilitazione permanente di fronte a piazza Montecitorio ripetendo a squarciagola l’unica parola che nell’immediato fa rima con libertà.

Rappezzata in qualche modo la questione dell’inquilino del Colle si torna al problema cruciale del governo. Questione che, almeno ufficialmente, Napolitano non ha affrontato con i suoi interlocutori, ma la cosa appare altamente improbabile. Re Giorgio ha chiesto precise garanzie per succedere a se stesso e certamente ha pianificato una road map politica. In assenza di conferme si possono solo delineare scenari e mettere su carta i rumors. L’obiettivo è quello di un governo di larghe intese che realizzi i punti elaborati dai dieci saggi la scorsa settimana e traghetti il paese verso nuove elezioni con tempi relativamente stretti. Napolitano nel suo semestre bianco non aveva il potere di sciogliere le Camere, oggi questa prerogativa è tornata nelle sue prerogative, quindi con una soddisfacente nuova legge elettorale, magari in autunno, si potrà tornare a votare.

Chi guiderà questo esecutivo? Non Amato, abbondantemente bruciato in questi giorni nella corsa al Colle, ma un moderato Pd. Enrico Letta, per esempio, con vice premier Alfano, magari con delega sulla Giustizia; altra soluzione un mister X a Palazzo Chigi – potrebbero essere la Cancellieri o la Severino – con vice premier Letta e Alfano. Una strategia percorribile? Qualcuno tradirà? Ci sarà la scissione a sinistra del Pd, i grillini metteranno il bastone tra le ruole dell’ingranaggio? Dopo quattro fumate nere che hanno bruciato prima Marini e poi Prodi, le Camere sono di nuovo riunite per la quinta e sesta votazione del nuovo Presidente della Repubblica. Alla quinta fumata il quorum non è stato raggiunto anche perché il Pd ha votato scheda bianca e il Pdl non ha partecipato allo scrutinio. Le dimissioni di Bersani hanno fatto piombare nel caos il Partito Democratico.

Romano Prodi, finito vittima della guerra interna al Pd, non nasconde la rabbia. Un centinaio di franchi tiratori hanno affondato la sua candidatura. Il  professore bolognese si è fermato a quota 395, ben al di sotto del quorum sceso a 504 preferenze. Nella dichiarazione inviata da Bamako Prodi ha lanciato accuse durissime al Pd. Ha detto di considerarsi «onorato» per l’offerta ricevuta «anche se non faceva parte dei programmi della mia vita» (mi hanno tirato per la giacca loro).

«Il risultato del voto e la dinamica che è alle sue spalle – ha sottolineato – mi inducono a ritenere che non ci siano più le condizioni»; quindi ritornerà «serenamente» ai programmi della sua vita. La scudisciata arriva alla fine: «Chi mi ha portato a questa decisione deve farsi carico delle sue responsabilità. Io non posso che prenderne atto».

Diego Cimara

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